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Canalone Nascosto - Parete Nord del San Sebastiano

27.04.2020   |  cascate  |  Dolomiti  |  Racconti  |  Reportage

In un fine settimana invernale Giovanni Zaccaria accompagna Matteo e Marco in un'esperienza davvero intensa: il sabato una cascata e la domenica un canale nord. Matteo ci racconta questi due giorni vissuti così appieno. (Non perdetevi il video!)


L’orologio segna le 3:00, Chiara dorme al mio fianco. Faccio piano per non svegliarla e silenzioso come un ladro vado verso la cucina. Accendo il caffè. La macchinetta va; io intanto infilo gli strati e sistemo nelle tasche guanti e buff. Sento il suo odore forte che mi sfiora le narici, è pronto! Riempio la tazza e comincio a sgranocchiare qualcosa. La fame è molta ma devo trattenermi, alle 6:00 saremo al bar per fare il punto della situazione e sicuramente faremo una colazione di rinforzo.

Prendo lo zaino e lascio la porta chiudersi alle spalle. Salgo in macchina, l’audio passa a muto e comincio ad andare. Cosa faremo oggi? Garden sarà bello carico? Speriamo che ieri non si sia piegato in due a cena e che sia pronto alle due giornate che abbiamo davanti. Belluno. Già a Belluno. Rallento altrimenti ad Alleghe al bar troverò soltanto una porta chiusa. L’impianto dell’auto spara musica che è la mia colonna sonora del viaggio. Su di essa si distendono i pensieri e le visioni più varie. Sentimenti ed emozioni prendono forma. Il punto interrogativo delle giornate che mi aspettano pompa adrenalina nel cuore.

5:30. Il navigatore mi dice che tra quindici minuti sono al bar. Sai che c’è? sentiamo Garden e vediamo cosa dice. Ultimo accesso su whatsapp ore 3:00. Fantastico, ieri sera penso sia andato in coma etilico. Contrariamente a tutte le aspettative risponde al telefono. E’ in viaggio e il tono della sua voce mi fa solo capire che non vuole altro se non quel week end che stiamo per vivere.

Mi siedo al tavolo e comincio d aspettarli. Mando un messaggio anche a Giovanni la nostra Guida Alpina che nel corso delle ore diventerà il nostro compagno di cordata e il nostro amico. Arrivano con 5 minuti di distacco l’uno dall’altro. Siamo seduti al tavolo e studiamo la strategia della giornata. Le nostre personalità, le nostre idee cominciano a venire fuori. Sembra che ci conosciamo e frequentiamo già da un po’. Io e Garden da una vita: lui è un pezzo di vita, il mio compagno di Università, il mio migliore amico, il mio compagno di cordata e quando mi sposerò il mio testimone.

Pago il conto e ci spostiamo verso le macchine, prepariamo il materiale e in un’ora siamo sci ai piedi. I primi minuti servono ad ognuno di noi per connettersi con l’ambiente circostante. Tutto intorno è silenzio. La montagna si risveglia dalla notte, il sole ne colpisce le pareti. L’aria fredda del mattino punge il naso e a terra solo il sibilo degli sci nella neve. Ognuno con i propri pensieri e gli occhi che cercano tra le pareti la linea che oggi avremmo percorso. Una volta riordinati i pensieri sentiamo il bisogno di parlare e di confrontarci su vari argomenti. Credo faccia parte del gioco. Credo che prima di legarsi ci sia questo bisogno viscerale di unirsi, di stringersi anche semplicemente condividendo un pensiero o raccontando la propria storia.

Iniziano le inversioni, il pendio si mostra sempre più ripido e le parole lasciano spazio alla tecnica. Ora siamo immersi. Ora tutto svanisce. Alzo lo sguardo e tutto intorno c’è solo roccia vestita di neve. La civiltà è lontana, se ne sentono solo dei flebili rumori. Il turismo è li che si sveglia e noi per fortuna siamo lontani dalle sue chiacchiere ad alta voce. Troviamo uno spazio sicuro dove lasciare gli sci. Cambio di assetto tra il tecnico e il rocambolesco ed entriamo ancora più dentro l’ignoto. Ad un certo punto le linee di ghiaccio solo esattamente davanti a noi. Mai viste prima. Lucide, sinuose, armoniose, avvolgono le rocce. Seguono il loro corso fin dove il mio occhio arriva, li dove c’è la fine del viaggio. Li dove devi arrivare augurandoti di arrivarci lentamente nello spirito per rimanere intrappolato nel momento il più possibile, felice.

Giovanni ci stuzzica consapevole di quello che siamo venuti a cercare ed optiamo per la linea più tecnica. Lui inizia a salire. Lui inizia a danzare elegante ed armonioso, estetico e mentre lo fa ci traduce quei movimenti che poi sarebbero dovuti diventare i nostri. Pianta delle viti per proteggersi e dopo qualche minuto arriva: “Sono in sosta, molla tutto”. Garden sfila le corde dal reverso e queste cominciano a seguire l’itinerario di salita. Il cuore comincia a pompare. Si parte. “Parti pure!” urla da in alto. Garden lo sa, non dice nulla, mi vede che sono un bambino arrivato sulle giostre e si mette in coda. Battiamo il pugno in segno di buon augurio. Uno sguardo veloce, impugno le picche e vado verso la lingua di ghiaccio. Ora inizierò a danzare come Giovanni mi dico.

La danza assume molto presto le sembianze di una battaglia tra me e il ghiaccio. La picca non entra. Prendo a calci la parete con i ramponi. Garden se la ride. Ad un certo punto la picca entra e mi traziono. Cavolo i ramponi tengono benissimo. Funziona! Picca destra, picca sinistra, piede destro e piede sinistro. Ancora piede destro largo, piede sinistro largo, sono stabile, posso guardare. Sono immerso. Sono felice. La via scorre sotto i nostri colpi fluidamente in un susseguirsi tra realtà e meditazione. La tecnica aumenta e la fiducia anche. La fatica ci picchietta sulla spalla e ci saluta beffarda tanto per ricordarci che prima o poi un saluto sarebbe venuta a farcelo.

Il tempo aveva smesso di avere senso. Erano passate cinque ore e non ci eravamo minimamente accorti di nulla. Continuiamo a ridere e scherzare con Giovanni che intanto aveva già allestito tutte le calate con la tecnica dell’Abalakov. Abbiamo terminato metà viaggio. Iniziamo a scendere calandoci in corda doppia con un solo pensiero: “Speriamo tenga questo coso!”. Era la prima volta che vedevo un'abalakov e va da sè che fosse anche la prima volta in cui mi ci sarei calato. Lo definirei come un mix di precisione e tecnica dove due viti entrano nel ghiaccio formando un angolo più o meno di 90° congiungendosi al suo vertice. In questo tunnel passa la corda che avrebbe retto i nostri pesi. Capite bene la perplessità e il grado di fiducia quando dall’altra parte si intravede nitido lo scorrere dell’acqua.

In un attimo siamo nuovamente agli sci. Qualche curva nel selvaggio e poi come in un salto dimensionale riatterriamo nella civiltà, tra le piste. Il pensiero automaticamente torna alla realtà e devo assolutamente farmi sentire con i miei genitori e con Chiara. Fatto! posso tornare nel mio Mondo. Giovanni è costretto a salutarci per delle incombenze lavorative impreviste; io e Garden andiamo a fare quello che ci viene estremamente bene: birre e birre ma questa volta con moderazione perché l’indomani è prevista la super giornatona.
Ci rilassiamo e cominciamo a fare il punto su quello che avevamo vissuto e su quello che avremmo voluto vivere in futuro. E’ il mio migliore amico perché sembriamo fatti con lo stampino. Anche le emozioni che proviamo vanno in giro a braccetto. E’ bello quando trovi una persona così.

Il tempo passa inesorabile e con esso la stanchezza della levataccia comincia a fare capolino. Dopo una passeggiata sul lago di Alleghe i dolori all’alluce diventano insopportabili e scopro di essermi spaccato l’unghia. Pace. Ci addormentiamo in macchina. Freddo.
Squilla il telefono. Giovanni è di ritorno. Dopo un trasferimento nelle stradine più impensabili dove il mio unico pensiero era rivolto all’integrità della mia nuova auto arriviamo in Osteria. Una cena come piace a noi: semplice squisita e servita da un Oste con la O maiuscola.
Di nuovo in macchina verso casa di Giovanni. Poche parole, gli occhi dicono tutto e finalmente una meritata “buonanotte”. Per così dire. Almeno io ho passato le ore ad immaginare l’avventura successiva.

Neanche il tempo di rendermene conto ed ero già a lottare con l’unghia dolente che batteva prepotente e senza pietà alcuna contro lo scarpone. Quanti dubbi e quante "pare" (termine giovane per intendere paranoie). Calzo lo scarpone con un sospiro più simile a un grugnito e iniziamo a muovere i primi passi. Ogni passo un dolore acuto. Iniziano i dubbi e i sensi di colpa. Mai vorrei che per colpa mia Marco e Giovanni rinunciassero all’avventura. Ero pronto a farmi indietro e ho dovuto metterlo in chiaro. Garden si gira e mi guarda, non dice molto, ha capito che il mio momento emotivo patetico è arrivato. Ride e continua a camminare. Giovanni penso avesse già capito il personaggio e continua a camminare. Io continuo a camminare. 

Tutto tace. Il canale si apre davanti ai nostri occhi e non è più nascosto. Le pareti ci guardano. La neve affonda quel tanto che basta per dare alle punte dei ramponi una presa perfetta. Il respiro si fa affannoso e la pendenza si fa severa. Ogni tanto due colpi di picca. Giovanni apre la strada. Io e Garden dietro lo seguiamo. Credo che in quel momento avremmo voluto avere altri mille sensi per cogliere qualsiasi emozione. Era l’essenza di quello che per noi è alpinismo. Continua a pendere, guardo a terra e voglio guardare in alto.

La testa sbatte contro qualcosa ripetutamente. Cazzo gli sci! Che palle, però che figata! Ci fermiamo e pianifichiamo le successive manovre. Il canale ora diventa un imbuto verticale e siamo tutti e tre all’attacco di una goulotte con dei salti verticali divertenti ed altri salti da gestire in progressione veloce. Giovanni parte e continua a danzare. Succede quello che fino a quel momento avevo letto solo nei libri: la montagna comincia a scaricarci addosso sassolini e schegge di ghiaccio. Sibilano come proiettili. Ci sfiorano. Ci colpiscono, quelli piccoli per fortuna. Garden ride e fa versi tipo “ehilà”, “et voila”. Io me la sto facendo sotto. Sei al cospetto della natura e ora la vivi in tutto il suo terribile splendore.

Non capisco se per necessità o effettivamente per un corretto apprendimento ma adesso comincio a danzare anche io. Il mio incedere è sicuro. Mi sento come se lo facessi da una vita e in quel momento accade: pumf non esiste più nulla. Potrei dire che in quel momento non c’era altro posto in cui sarei voluto essere. Procediamo veloci e precisi. Ridiamo scherziamo siamo felici.
Superiamo un traverso e poi siamo a tu per tu con il passo chiave di misto. Tecnicamente un passo assolutamente alla nostra portata ma gli sci adesso aggiungono quel pizzico di pepe. Grattugiano, sfregano, grattano la roccia, bestemmiano, sbattono e bestemmio. Diventa una sofferenza. Quel diedro camino diventa una battaglia di nervi. I ramponi scintillano, le picche si piantano su una neve inconsistente. Meglio lasciarle li ed utilizzare le mani. Freddo. Sotto i polpastrelli non sento più la roccia, non sento la sua consistenza. La stringo e mi fido, so che c’è e se è vero non volerò. Vedo la sosta, vedo Giovanni che ride. Io rido e ora tocca a Garden che procede molto più veloce di me ma viene rallentato dalla corda che si è incastrata. Ora è lui che bestemmia.

Giovanni ci guarda e ci spiega i prossimi passaggi. Siamo esposti a qualche scarica e dobbiamo andare via veloci e precisi. Costanti. Guardare, osservare. Non so come spiegarlo ma alcune volte è come ricevere una schiaffo dalla realtà. Quando sei li ti senti preso ed immerso, pensi che tutto quello che ti circonda possa solo cullarti e mai tradirti. Con Garden abbiamo fatto varie vie in giro ma abbiamo sempre guardato le linee di salita: fessure appoggi appigli chiodi clessidre . Abbiamo sempre guardato la bellezza che ci avvolgeva ma forse mai guardato veramente. Da alpinista intendo.

La conserva si allunga, noi ci distanziamo. Qualcosa mi dice che stiamo arrivando. La forma fisica spettacolare. Alluce non pervenuto. Meno male e continua così ti prego. Vedo la sosta intermedia che Giovanni ci ha lasciato da smontare. Rimuovo i friends e prendo la micro traction. Le mani! Non le sento. Un dolore atroce. Eeeeh caro mio! troppo bello per essere vero. Parto via con la testa.. Picca desta poi sinistra, rampone destro e poi sinistro. Fanno male. Picca destra e poi sinistra rampone destro e affondo, sbaglio traccia. Garden mi scuote. Comincio a vedere l’uscita. Vengo travolto da un mix incredibile di sensazioni. Picca destra e poi sinistra. Giovanni ha un sorriso a trentadue denti e mi guarda, capisce al volo quanto fossi felice in quel momento. Gli stringo la mano e poi arriva Garden. Mi guardo intorno e ho tutta la meraviglia del mondo per me. Piango. Piango delle mie lacrime più belle.

Ho appena esplorato la mia prima parete Nord d’Inverno. Sono in cima al San Sebastiano. Al colloquio preliminare con le Guide Alpine Giovanni disse che la sua idea di Alpinismo era una via di misto. Tecnica ma non così tanto, così da portare sulle spalle gli sci per poter scendere dall’altra parte. Era la sua idea e cavolo se l’abbiamo amata.

La discesa con gli sci è stata fantastica nella prima metà. Assolutamente da dimenticare nella seconda.
Togliamo gli sci e iniziamo a camminare su un sentiero che non ci concede tregua. Disarrampichiamo e camminiamo attentamente su tratti abbastanza impervi dove un sottile strato di ghiaccio creava una subdola trappola.
RRRRoooaam! Ci siamo! Il silenzio e i nostri passi cedono il testimone al ritorno. Il grigio dell’asfalto ci saluta. Torniamo alla macchina e ci concediamo una santa e sacra birra nel rifugio dove il gestore ci accoglie sorridente e con un atteggiamento da simil Professore che chiama per cognome Giovanni. Un gran personaggio.
Cosa porto a casa? Tutte le emozioni che ho vissuto. Una nuova amicizia e un’esperienza che tutti e tre insieme abbiamo ribattezzato l'essenza dell'Alpinismo.