Rimani in contattoIscriviti alla nostra Newsletter.

Grandes Jorasses parete nord - La prima fenmminile

15.03.2020   |  Racconti

Loulou Boulaz e Raymond Lambert alla Cabane de Leschaux (1935)

Questa è l'appassionante avventura di Giusto Gervasutti e Renato Chabod, che il 2 luglio 1935 portarono a termine la seconda ascensione della parete Nord delle Grandes Jorasses. Con loro c'erano anche Raymond Lambert e, soprattuto, la formidabile Loulou Boulaz «dai capelli tagliati alla maschietta e il viso a palla», a lei il merito di aver realizzato la prima salita femminile.

Era sera. Gervasutti e Chabod si sedettero al tavolo per la cena. E rimasero senza parole, affranti per la beffa. Dopo anni di attesa e di preparativi per la Nord, ora sembrava che tutto si fosse definitivamente perduto. E pensare che sarebbe bastato arrivare un giorno prima, e avrebbero potuto mettersi in corsa anticipando i tedeschi.
Oltre i finestrini del rifugio, si vedevano sbuffi di nebbie indorarsi nel sole calante, e il ghiacciaio già virare nelle tinte azzurre della sera.
Il rifugista stava per servire la cena, quando all’improvviso la porta si aprì. E nella piccola sala rivestita di legno entrarono uno dopo l’altro due alpinisti.
«Bonsoir a tout le monde!».

Il primo era un tipo tarchiato, con le spalle larghe. Indossava una camicia a quadri di flanella con le maniche tagliate all’altezza delle spalle, dalla quale spuntavano due bicipiti possenti. Il secondo – lo si capì solo dopo un attimo – non era un uomo, ma una ragazza con i capelli tagliati alla maschietta, neri e lucenti che le avvolgevano il simpatico viso a palla, sul quale si irradiava un ampio sorriso. Era vestita con pantaloni alla zuava di velluto a coste, camicia scozzese, e portava un pesante zaino verde, e gli anelli di corda a tracolla.
Si presentarono. Lui era la guida alpina Raymond Lambert di Ginevra, lei la sua giovane cliente.

«Dove andate?».
«Alla Nord», rispose Lambert con un sorriso beffardo.
Gervasutti e Chabod si guardarono stupiti.
«Intende voi due? Con la signorina?».
«Sì, certo, lei è la signorina Loulou Boulaz, insieme abbiamo già tentato l’anno scorso. Non lo sapevate?».
«Enchanté», sorrise Loulou ai due, che si alzarono di scatto a stringerle la mano.
«Se venite su anche voi... voi non siete Gervasutti, o mi sbaglio?», chiese Lambert. «Eh già, vi ho riconosciuto. Bene. Se venite anche voi ci vedremo in parete».

Nessuno disse niente per qualche istante. Fu un colpo di scena, quell’ingresso nella piccola capanna, mentre borbottava la pentola e il rifugista iniziava ad accendere la prima candela.
Gervasutti guardò il suo orologio. Anche Chabod guardò il suo. Poi insieme gettarono uno sguardo fuori dal finestrino. «Che dici, Renato?». Chabod alzò le spalle. «Cosa vuoi che ti dica. Se non riusciamo a fare la prima della parete, faremo almeno la prima ripetizione, questo è chiaro. Ma in parete, vedrai se non mi sbaglio, adesso in quattro sarà un’altra cosa!».

Partirono all’una. La piccozza nella destra, la lanterna nella sinistra, gli zaini con i viveri per due giorni.
I due svizzeri, sapendo di essere più lenti degli italiani, avevano deciso di uscire prima dal rifugio, avvantaggiandosi nella marcia per farsi trovare alla crepaccia terminale e così, magari, affrontare le difficoltà dell’attacco tutti insieme.

Si ricongiunsero ai piedi dello zoccolo basale: la parete era rischiarata dalla luce lunare. E, aiutato dalla lanterna, Gervasutti cercò un varco tra la bocca spalancata della crepaccia terminale. Il silenzio era assoluto in quell’angolo nascosto del grande Massiccio del Bianco. Parecchie centinaia di metri sopra di loro, i due tedeschi probabilmente si stavano ridestando dal gelido bivacco, per affrontare la parte culminante della parete.
In un certo punto, proprio sotto la direttrice della Prima Torre, le due labbra di ghiaccio si avvicinavano: quello era il passaggio, pensò Gervasutti.
Tutti e quattro gli alpinisti calzarono i ramponi e si prepararono ad entrare in parete, che nella prima parte si presentava con un’estesa fascia ghiacciata. Passò per primo Chabod, che, come d’accordo con il compagno, sarebbe stato il capocordata sulle sezioni di ghiaccio, mentre Gervasutti avrebbe tirato sulla parete rocciosa.

«Vi rincresce se veniamo dietro?», urlò Lambert da sotto.
«Accomodatevi pure... non siamo mica i padroni delle Jorasses, noi».

La scalata così ebbe iniziò. Prima dell’alba di lunedì 1° luglio 1935. I due italiani in testa, a filare veloci sulle prime lunghezze, assestando ad ogni passo i colpi con la spatola della piccozza sul ghiaccio per scavare il gradino, piccolo spazio utile a sostenere il rampone. E la guida di Ginevra dietro, confortata poiché in testa c’erano due dei più forti scalatori in circolazione, che lo avrebbero avvantaggiato nella ricerca della giusta via.
Intanto, più su, molto più su sulla grande Nord, i due tedeschi Mayer e Peters dovevano aver trovato la via verso la cima e, se nel frattempo non erano successi incidenti, avrebbero dovuto essere molto vicini all’uscita. Da lì in su, i ripetitori si sarebbero dovuti imbattere nelle tracce del loro passaggio, qualche chiodo, segni di bivacchi. O, al peggio, nei loro stessi corpi rimasti appesi.

Sulle spalle di Gervasutti e Chabod gravavano grandi zaini pieni di materiali: un sacco da bivacco a testa, maglioni, fornellini a petrolio per sciogliere la neve, le scorte alimentari. Avevano in tutto tre piccozze, una mazzetta con una quindicina di chiodi da roccia, moschettoni, due martelli, due corde di canapa lunghe trenta metri, e le leggere pedule di feltro manchon, preziosissime per i passaggi più delicati in roccia, ma solo laddove, ovviamente, la parete fosse stata asciutta e senza neve, altrimenti si sarebbero inzuppate, e addio tenuta.
Ben presto Chabod arrivò sotto la Prima Torre di granito. Piantò un chiodo e assicurò il suo secondo che, venti metri sotto di lui, saliva veloce. Più in basso, tra la pioggia di ghiaccioli scaricati dalla prima cordata, procedeva bene anche Lambert assicurando la giovane Loulou. Quando tutti furono sul punto di sosta sotto, Gervasutti sistemò i pesanti scarponi chiodati nello zaino del compagno, per non dover portare troppo peso sulle spalle da capocordata, calzò le pedule di feltro e partì agile sulle rocce della Prima Torre, lungo lo spigolo aereo.

Iniziava ad albeggiare. Oltre le cime dell’Aiguille Verte, sui Drus, sulle Dorit, sulle altre creste vicine e lontane, nell’immensità di quel pianeta oscuro e gelido verso oriente, la prima luce rossa scendeva lentamente proiettando lunghe ombre frastagliate che già andavano ritirandosi su se stesse. Il freddo era intenso, la parete sovrastante nera e verticale. Il rifugio Leschaux, lasciato tre ore prima, non era che un puntino nel nulla, sul quale tremolava ancora la luce d’emergenza posta sopra l’ingresso.

La scalata si faceva sempre più aerea, entusiasmante. Gervasutti saliva leggero, sicuro. Ogni tanto si fermava, piantava un chiodo, infilava una coppia di moschettoni e passava la corda a cui era legato. E si ricordava, abbandonandosi a un leggero sorriso, dei diversi passaggi superati già l’anno precedente durante il tentativo fallito. Si ricordava le mille volte che aveva ripercorso mentalmente quella prima parte della parete. E così ancora procedeva, sempre più in alto, ormai solo e fuori dalla vista dei compagni, circondato dal vuoto e dall’immenso spazio silenzioso.

Alle 7,30 le due cordate arrivarono alla Seconda Torre, dove riposarono una mezz’oretta e mangiarono della carne secca accompagnandola con un po’ di pane. Poi, richiusi gli zaini, ripresero a salire. Il cielo era terso, la temperatura sempre più mite. E alle 8,45, soddisfatti di come procedeva la scalata, arrivarono nel punto ormai chiamato le “Colonne d’Ercole”, il nevaio intermedio, da dove l’anno precedente avevano dovuto battere in ritirata.
Era quello, come suggeriva il suo nome, un punto cruciale: da lì, per evitare una fascia strapiombante che incombe sulla verticale, è necessario tracciare un lungo e delicato traverso verso destra, ma una volta compiuta la traversata, in caso di emergenza, il ritorno si fa complicato: diventa estremamente difficile riguadagnare la verticale per gettare le doppie e potersi calare lungo la via di salita.

Come concordato, sulla traversata del nevaio passò avanti Chabod. Gli altri rimasero immobili, a osservarlo mentre si allontanava guardingo verso destra. Gervasutti gli filava la corda, Chabod gradinava sferrando colpi precisi nella parete biancastra. Dopo un’abbondante mezz’ora, alla fine della corda, una lunga serie di gradini saliva in diagonale, sperando nel nulla, oltre la grande pancia di neve. «Molla tutto! Vieni che ti recupero», arrivò il grido da un punto ignoto. E la voce di Chabod cominciò a rimbalzare in un’eco sempre più fievole nelle quinte della parete.

Alle 10,30 furono tutti oltre il nevaio chiamato le “Colonne d’Ercole”, alla base di un grande diedro, dove nell’angolo concavo della roccia erano infissi alcuni chiodi collegati tra loro da un cordino di canapa. «I due arrugginiti sono dell’anno scorso. Ma lo vedi quello?», chiese Gervasutti indicando il chiodo più in alto. «Quello è di adesso».«Eh, sì che è di adesso». «È dei tedeschi, sono passati di qui!». Chabod annuì riprendendo a trafficare con le corde.

Gervasutti osservò attentamente i chiodi, poi, metro dopo metro, il suo sguardo salì lungo tutto il diedro per individuare i passaggi che lo attendevano. C’erano buoni appigli, ma più su il diedro sembrava diventare più difficile. Seguì le fessure, gli appigli, le lame da afferrare in opposizione, gli appoggi per i piedi fino in cima al diedro, dove la parte rocciosa terminava con uno strapiombo nero contro il cielo. E fu a quel punto che, guardando verso l’alto, Gervasutti scorse con orrendo stupore grosse nuvole nere correre intorno alla cima ornata di bianco della montagna. Non c’era alcun dubbio: presto si sarebbe scatenato il temporale.
«Meglio muoversi!», sussurrò al compagno accanto a lui indicando in alto. «Dai, assicurami che parto». E salì rapido.

Dallo Sperone Croz, alle 10,30 del 1° luglio 1935, Giusto Gervasutti, Renato Chabod, la guida ginevrina Raymond Lambert e la sua forte cliente svizzera Loulou Boulaz erano arrivati a un buon punto lungo un diedro ripido, che ancor oggi rappresenta uno dei passaggi più ostici dello sperone.
In quel momento dal compatto fronte di nubi nere intorno alla cima era partito il primo fulmine scatenando un boato che andò a moltiplicarsi nell’eco tra i due speroni. «Questo temporale costituì uno degli spettacoli più impressionanti che io abbia visto in alta montagna», scrisse Gervasutti. «Pensai che sarei ritornato a casa in una cassa di legno di abete», gli fece eco Chabod nel suo libro.

Intorno a Gervasutti cominciò a turbinare il vento. Il suo urlo si scatenò sulla parete e iniziò a grandinare. La grandine scendeva a volontà tra i tuoni e, non essendoci niente che riuscisse a trattenerla, si infilava nel centro del diedro, che come in una grande grondaia naturale la convogliava sui quattro alpinisti rimasti appesi. Le nubi che roteavano impazzite intorno al diedro non permettevano di vedere se non a pochi metri. I lampi scoccavano tutt’intorno e i boati sembrava scuotessero la montagna. La grandine veniva scagliata dal vento sulla parete. Era l’inferno.

Gervasutti, con ancora le pedule di feltro calzate, stava più in alto di tutti, agganciato a un chiodo che lui stesso aveva prontamente piantato nella fessura prima che scoppiasse il temporale. Sotto sei metri si trovava Chabod, anche lui saldamente assicurato, e con la punta dei piedi che poggiavano su una cengietta larga qualche centimetro. Molto peggio erano le condizioni dei due svizzeri: Lambert, quattro metri sotto Chabod, non era assicurato a nessun chiodo, poteva contare solo sulla corda che provvidenzialmente il secondo italiano gli aveva gettato. L’ultima era Loulou Boulaz, aggrappata alla roccia, mentre sulla sua testa si scaricava la grandine con un getto continuo.

Dopo una decina di minuti in quella posizione, la ragazza urlò a squarciagola: stava per mollare la presa. E Chabod capì che se non fosse riuscita a resistere e avesse ceduto, lui, da lassù, non sarebbe riuscito a trattenerla. La ragazza, cadendo, avrebbe strappato la corda. E inevitabilmente Lambert sarebbe stato trascinato giù dalla sua cliente. Così, uno dopo l’altro, tutti e quattro avrebbero potuto precipitare. La situazione era al limite. I tuoni aumentavano. La parete era spazzata dalle raffiche e dalla grandine. Un altro urlo disperato provenne dal basso, era Loulou. «Je ne peux plus tenir, je lache tout!». La ragazza avvertiva che stava per mollare la presa.

Chabod tirò disperatamente la corda, per trattenere Lambert che a sua volta tirava la corda che lo collegava alla Boulaz. Tutti urlavano. «Dài, Loulou! Forzaaa...».
E Loulou afferrò gli appigli con le mani gelate, e sotto la cascata di grandine trovò un punto dove capì di poter resistere. Lì con i piedi finalmente su un appoggio stabile avrebbe dovuto rimanere fino alla fine del temporale. Rimasero immobili. Il tempo passava. Tre minuti, sei, dieci. Dopo venti minuti, quando la grandine iniziò a diminuire di intensità, i quattro alpinisti erano intirizziti dal freddo. Tutti tremavano cercando di stare calmi nei vestiti gelati.

Intorno alle 2 del pomeriggio il temporale cessò. Ci fu di nuovo calma lungo la parete. Un silenzio surreale dopo la tempesta. Ma ora la temperatura era scesa sotto lo zero, e l’intera Nord, rimasta avvolta nella nebbia, risultava ricoperta di ghiaccio. «Vetrato!», disse Gervasutti, dopo aver osservato le rocce sopra di lui.
Tutte le cengie, gli spuntoni, ogni pur minima porzione orizzontale appariva cosparsa di grandine. Ma ciò che più rendeva drammatica la situazione era, appunto, il vetrato: una sottile patina di ghiaccio che avvolgeva il granito, e con le pedule di corda bagnate la progressione su quel terreno diventava ancora più delicata.
«Dobbiamo uscire di qui, comunque dobbiamo salire», disse Gervasutti, interrompendo il silenzio.

I due svizzeri, una decina di metri sotto di lui, lo guardavano imploranti. Solo Gervasutti avrebbe potuto portarli fuori da quel punto della parete, o verso il basso, o verso l’alto. Ma di scendere, di ritirarsi, ovviamente, non se ne parlava. A tutti i costi avrebbero proseguito. Un terzo smacco, i due italiani – così si dissero – non se lo sarebbero perdonato. E i due tedeschi, lassù?

Gervasutti partì dosando la pressione sul piede in appoggio. E di metro in metro, con una lentezza esasperante, riuscì a guadagnare la cima del diedro. Poi arrivò Chabod, e con lui, legati alla sua corda, i due svizzeri stremati.
«Ora non resta che recuperare le forze. Mangiamo un po’. Ci mettiamo tutti gli scarponi, e poi si riprende a salire. Dobbiamo uscire dalla parete. Siamo sul punto più alto mai raggiunto nei tentativi precedenti, eccetto dai due tedeschi, sempre che ce l’abbiano fatta a passare di qua. Se ci sono i loro chiodi vuol dire che siamo nella direzione giusta», sussurrava Gervasutti. «Dobbiamo stare calmi, che ce la faremo. Forza. Forza».

Loulou, seduta sullo spuntone ghiacciato, ascoltava l’italiano. Tremava, e china su se stessa mangiava un pezzo di torta che spuntava dal pacchettino di carta oleata. Era chiaro che i due svizzeri ora dipendevano dagli italiani.
Per il resto del pomeriggio Gervasutti e Chabod salirono la parete cercando di individuare eventuali tracce lasciate da Mayer e Peters: «Saranno passati di qua?», si chiedevano tra loro lasciando fluttuare la domanda nei propri pensieri. Erano esausti dallo sforzo e dai vestiti ghiacciati, e procedevano con una lentezza esasperante. Poi, di nuovo, successe l’imprevisto.

Gervasutti partì su una nuova lunghezza di corda, assicurato dal compagno. Dopo una decina di metri piantò un chiodo, e continuò a salire per altri otto metri. Si sporse, osservò il passaggio successivo. E ripartì. Ma fu a quel punto che un appiglio cedette, e lui iniziò a precipitare, lanciando un urlo improvviso. Chabod strinse la corda che gli passava da sotto l’ascella. E come una frustata arrivò lo strappo che lo scaraventò contro la parete. Il chiodo tenne: Gervasutti penzolava nel vuoto, Chabod stringeva la canapa che, passando nel chiodo sopra di lui, lo sollevava. «Che cosa è successo? Cosa è stato?», gridarono gli svizzeri dal basso, che non riuscivano a vedere la scena. Passò un nuovo attimo di tensione. Poi tutto tornò alla calma.

Gervasutti lamentava solo qualche scorticatura, una fitta alla schiena, e la mano lievemente ferita. Ma disse che non voleva mollare. Disse che intendeva andare ancora lui da capocordata, per essere sicuro di superare subito lo spavento. E così infatti avvenne.
Gervasutti si concentrò. E riprese a salire la porzione di roccia che lo aveva appena respinto. Andò avanti rabbioso, sapendo che era inseguito dalle ore che avanzavano nel pomeriggio inoltrato. Sapeva che avrebbe dovuto raggiungere un posto adatto per passare la notte appesi. E sapeva bene che non sarebbe stato facile trovarlo abbastanza largo da ospitare tutti e quattro. La parete, verso la sezione alta, diventava sempre più ripida, e le terrazze scarseggiavano.
Gervasutti avanzava il più velocemente possibile. E ogni trenta metri, a fine corda, si fermava, piantava un chiodo e incitava i compagni a venire.

Il buio, alle nove di sera, li colse in una posizione impossibile. Erano arrivati ormai a circa novanta metri sotto la cresta sommitale, ma nell’oscurità non potevano certo continuare. Gli svizzeri, più in basso, si sistemarono su un pianerottolo abbastanza largo da permettere di rimanere seduti, anche se con i piedi penzolanti oltre il bordo, nel vuoto. Ma per gli italiani la situazione era molto più difficile. Sembra impossibile immaginarci oggi con i loro indumenti, con i loro materiali tecnici a dover superare una situazione simile. Eppure tutto questo erano disposti a superare gli alpinisti di quel tempo per raggiungere i propri obiettivi.

Quella notte, Gervasutti e Chabod dovettero stare appollaiati in bilico su un blocco staccato dalla parete. Così entrambi raccontano nelle loro memorie. Solo uno dei due, a turno, poteva sedersi, mentre l’altro, con le gambe in spaccata su due rocce contrapposte, cercava di rimanere in equilibrio. Scese la notte. Un buio impenetrabile avvolgeva la parete. E la temperatura calò inesorabile. Ogni mezz’ora Gervasutti e Chabod si davano il cambio. «Vieni a sederti», uno dei due diceva all’altro intorpidito dal gelo. E nell’oscurità, manovrando con le corde, si scambiavano la posizione. Così per otto ore.

Livida e tetra fu l’alba a 4.000 metri, dopo una notte passata a tremare appesi nel buio, soli, dispersi, irraggiungibili come su un’isola lontana.
E con l’alba, in quel 2 luglio 1935, salì anche il vento, sospingendo lungo la parete le nubi, che come veli chiudevano e riaprivano la vista verso la cresta sommitale. Gervasutti sapeva che mancava ormai poco alla fine della scalata. La cresta era lassù, a meno di cento metri. Eppure la situazione avrebbe potuto diventare ancora insostenibile. Se non fossero riusciti a racimolare le poche forze rimaste, tutto poteva finire, beffa atroce, in quel punto.

Partì ancora Gervasutti. Era rabbioso: «I pugni stringevano le piccozze quasi volessero frantumarne il manico», scriverà. E dopo qualche ora di sforzi riuscì a salire sulla cresta sommitale. Si mise a cavalcioni sulla cima. Una gamba in Italia, l’altra in Francia. E urlando nel vento tirò su a uno a uno i suoi compagni.
Quando tutti furono sulla cresta di neve orlata di cornici, le raffiche erano talmente forti che risultava difficile stare in piedi. L’aria gelata spirava da ovest e scaricava tutta la sua violenza sulla montagna, sollevando vortici di neve a pallini che oscuravano la vista.

«Abbiamo vinto e siamo salvi»: disse esattamente queste parole Gervasutti.

Poi, tutti insieme, legati uno all’altro sulla cresta, si avviarono chini nel vento verso la vetta, afflosciandosi sotto il piombo della stanchezza.
Arrivarono al rifugio che era ormai sera, dopo la lunga discesa sul versante italiano. E subito si precipitarono a cercare il libro dei viandanti.
Chissà se i tedeschi ce l’avevano fatta? Aprirono il grande volume blu cielo. E all’ultima nota lessero: «Martin Mayer, Rudolf Peters, prima salita della Nord delle Grandes Jorasses». Dunque erano loro due ad essersi aggiudicati la parete!

Poi, anche loro aggiunsero qualcosa sul libro, oggi conservato al Museo di Torino: «Giusto Gervasutti, Renato Chabod e Raymond Lambert. 2 luglio 1935, seconda ascensione della Nord delle Grandes Jorasses». E più in basso, con il privilegio di stare tutta sola, venne annotato – alla faccia del baffetto e dei suoi numerosi maschi ariani respinti dalla parete – il nome della formidabile Loulou Boulaz dai capelli tagliati alla maschietta e il viso a palla: «Prima salita femminile».

Marco Albino Ferrari, Le prime albe del mondo, 2014