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Adamello in bici

18.03.2020   |  Racconti

Christian Sega non è nuovo ad avvicinamenti in bici, nell'autunno del 2018 ha organizzato una salita in Adamello in questo stile, ecco il racconto di una sua amica (o vittima... non lo sappiamo bene) che ha preso parte alla gita.

Che a Christian piaccia la bicicletta non è un mistero, che gli piaccia combinare bici e montagna neppure. Rimane invece un mistero come ogni volta trovi adepti che gli danno bado. È pure un mistero dove siano finite le chiavi del furgone dei miei genitori quella volta in Adamello, o meglio, una vaga idea l’abbiamo, ma i crepacci della vedretta delle Lobbie sono troppi per essere scandagliati bene uno a uno…

Mi trovavo a una festa a Padova e tutto trascorreva bene, non c’era motivo per cambiare piani da un momento all’altro, soprattutto se la prospettiva era di: tornare a Verona in fretta e furia di notte, andare dai miei e svegliare mio padre per chiedergli in prestito il furgone, fare cambio macchina, andare a casa mia, preparare tutto, anche la bici, dormire, svegliarsi dopo circa 1h, guidare fino in val di Genova, salire metà val di Genova in bici, salire a piedi per quasi 2000m fino alla cima del Cannone, e poi collassare.

Eppure feci tutto. Ma per evitare l’ultimo punto presi delle precauzioni: Christian mi aveva già insegnato la strategia del “fast and light” e considerato che mi aspettavano vari chilometri di salita sui pedali e un sacco di metri di dislivello era il caso di attuarla alla lettera!

Ci trovammo in cinque ad Affi nel cuore della notte, Christian era molto contento perchè quella gita era un po’ la prova generale della sua futura professione (da poco più di un mese era diventato Aspirante Guida Alpina), e noi eravamo le sue cavie. Quindi ogni volta che qualcuno se ne veniva fuori con un “ho dimenticato la crema, ho dimenticato lo scaldacollo, ho dimenticato gli occhiali da sole”, lui, trac!, tirava fuori dalla macchina un doppione.
Solo che quando, ormai in Val Rendena, Davide disse: “Ho dimenticato una ruota della bici al parcheggio ad Affi”, ecco, per questo Christian non poteva fare nulla se non aggiungere: “Vabbè andrai a piedi”.

Parcheggiammo vicino alla sbarra che dall’autunno alla primavera chiude la strada che sale a Malga Bedole e partimmo pedalando, tranne Davide, che ci seguiva a piedi. La cosa imbarazzante è che io in bici avevo la stessa andatura...

La val di Genova è una valle che amo moltissimo, regno di orsi e cacciatori leggendari. È ampissima, lunghissima e grandiosa, è un lungo budello che sul confine tra Dolomiti e Alpi Occidentali si allontana dal Brenta per inoltrarsi in uno spazio fatto di granito e ghiacciai. È la porta a un mondo magico e attraversarla alle prime luci del giorno sui pedali fu emozionante.

Arrivati al Rifugio Stella Alpina legammo le biciclette e partimmo a piedi, ma prima mi sparai un gel nella camelback, infatti il “fast and light” di Christian prevede anche l’assenza di cibo… e io cominciavo un po’ a farmela sotto perchè mancava ancora tutta la salita apiedi, e io 2000m in un colpo solo non li avevo mai fatti in vita! E ora dovevo affrontarli assieme a una futura Guida Alpina, un triathleta, un diciottennne che “paura non ne ha” e uno che aveva tenuto a piedi la mia andatura in bici. Cominciammo a salire e constatai che tutto sommato riuscivo a star dietro a tutti… con l’unica differenza che Christian non stava ancora sudando per nulla e io invece ero già in maniche corte.

Christian controllava che il gruppo rimanesse compatto e siccome a un certo punto ci vide distanziati per stare vicino a ciascuno cominciò a fare su e giù, tipo i cani quando li porti in montagna, raddoppiando il suo dislivello, penso che lui di metri ne abbia fatti 3000. Comunque senza fare una piega e ancora senza spogliarsi!

Eravamo immersi in un ambiente davvero grandioso: la vista spaziava dalla Val di Genova al gruppo della Presanella, e pian piano si cominciavano a intravedere i ghiacciai. L’aria diventava sempre più frizzante, il cielo era terso, come è terso nelle giornate autunnali. Sotto di noi vedevamo i colori accesi dei faggi ormai lontani e tra il verde dei pini spiccava l’oro acceso dei larici.

Arrivati al passo della Lobbia Alta, facemmo una pausa prendendo dagli zaini qualcosa da mangiare… anzi… sarebbe meglio dire che l’unico che tirò davvero fuori qualcosa fu Zeta, perché del “fast and light” a 18 anni puoi anche farne a meno. Ci mise sotto il naso affettati e formaggi di vario genere, pane, gallette, mandorle, noci, cioccolata, cioccolata alle noci, e chi ne ha più ne metta. E in barba a qualsiasi filosofia nutrizionale, azzerammo le sue scorte.

Per raggiungere la cima, attraversammo in diagonale tutto il pendio cercando il percorso migliore tra i massi di granito. Christian era un segugio e fiutava sempre il passaggio più facile, poi che io talvolta rimanessi incastrata in qualche passaggio è un altro discorso.

A una data ora però ci rendemmo conto che si stava facendo tardi e così decidemmo di incamminarci verso la via del ritorno senza cima, ma prima ci volemmo fare una bella foto di gruppo. La foto fu la vera impresa alpinistica della giornata: ci posizionammo in bilico su un masso troppo piccolo per dieci piedi, per starci tutti costruimmo una sorta di piramide umana che si auto sosteneva; poi quando Zeta, dopo aver fatto partire l’autoscatto, cercò di conquistarsi un cantuccio sul sasso fece collassare il tutto. Così nella foto ci siamo tutti tranne Davide, che rischiò di raggiungere il ghiacciaio senza aspettarci.

Ci attendeva ora l’attraversata della vedretta della Lobbia per arrivare al passo delle Topette e da lì scendere a capofitto fino alle biciclette.

Attraversare il ghiacciaio nella solitudine della stagione autunnale fu straordinario, sicuramente per Zeta e Giacomo che non avevano mai camminato in un contesto simile, ma anche per me, perché mi ricordai quanto amo i ghiacciai e gli spazi d’alta quota.

Dopo la discesa lunga infinita ci aspettavano le biciclette per riportarci veloci alle macchine… rischiammo però di pedalare fino a Verona (tranne Davide, che ricordo aveva una ruota ad Affi… dunque a lui lo scenario si prospettava ancora più tragico). Difatti nel momento in cui cercai le chiavi della macchina… non le trovai! Dove fossero non ne avevo idea. Finite in qualche crepaccio?

Ero sul disperato andante ma i ragazzi mi si strinsero attorno fraternamente, Christian per primo, che in vita sua aveva già perso svariati mazzi (…).

Attivai l’unità di crisi, cioè mio padre, che con la chiave di scorta partì alla volta della val di Genova, e in 2,5h di andata e 2,5 h di ritorno diede la possibilità ai cinque giovani di rimpatriare. Tutto ciò senza fare una piega e scomporsi, sant’uomo.

Ci ritrovammo ad Affi, di nuovo a notte fonda, dove, miracolo, ritrovammo la ruota dimenticata. Dopo averla riagganciata alla sua bicicletta il cerchio della giornata era chiuso davvero!

PS: un mese prima ero stata alla festa che Christian aveva organizzato dopo gli esami del Corso Guide, nel tornare a casa, sempre in bici, avevo già perso un mazzo di chiavi (e non solo quelle della macchina, ma TUTTE: garage, cantina, cassetta della posta, bici, casa dei miei e ormai non mi ricordo più che altro). Insomma se ogni volta che perdo delle chiavi c’è di mezzo Christian… io dico, un motivo ci sarà!!