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Il bivio kirghizo - Un racconto di Tommaso Dusi.

26.03.2020   |  Kirghizistan  |  Racconti  |  Reportage
Tommaso Dusi ci racconta la sua spedizione in Kirghizistan nell'estate del 2019. Un viaggio tra laghetti, morene, creste e yurte, assieme ad occidentali e persone del posto.
 

PENSIERI SOCIO-IDROLOGICI NEL PAMIR

I tratti somatici dei pastori Kirghisi possono lasciare sbalordito ed incredulo il forestiero che li osserva per la prima volta: i lineamenti sono orientali ma gli occhi a mandorla talvolta spiccano per il colore azzurrissimo.

L’anno scorso fui tratto in inganno pensando che questa commistione stupefacente derivasse da oltre mezzo secolo di occupazione sovietica del Kirghizistan. Invece no, gli occhi azzurri a mandorla sono il frutto di un bagaglio genetico mitologico legato al grande condottiero Manas che radunò in tempi arcani tutte le tribù nomadi dall’aspetto nordico sparse per la Siberia e le condusse verso la loro “terra promessa”, il paese più rigoglioso dell’Asia Centrale, il Kirghizistan. Qui si mischiarono con le popolazioni autoctone orientali.

In queste zone del mondo le precipitazioni sono scarse ma le riserve idriche sono garantite dagli enormi ghiacciai della catena montuosa del Pamir. Questa immensa barriera mi si prospetta all’improvviso nella sua maestosità uscendo da una vallata dopo due giorni di viaggio a bordo di un camion “Kamas” di fabbricazione sovietica: il mezzo a sei ruote motrici che ci accompagnerà fuori strada e negli alvei dei fiumi durante questa spedizione.

È il secondo anno che partecipo a questa avventura di esplorazione di zone sconosciute all’uomo alla ricerca di montagne non ancora scalate. I torrenti saranno la chiave di volta per la buona riuscita della spedizione. La mattina si guadano in modo agevole e sono limpidi e docili, il pomeriggio il sole scioglie i ghiacciai e i torrenti diventano marroni ed impetuosi: sono trappole insidiose non più attraversabili.

 

IL BIVIO KIRGHISO

Una mattina usciamo dalle tende coperte di rugiada, facciamo colazione con tè nero e “porridge”, una sbobba di latte e avena, e abbandoniamo il campo base che abbiamo installato su una piana rigogliosa. Questa è solcata da un torrentello sorgivo bordeggiato di folta erba verdissima che ci fornisce preziosa acqua potabile.

Dopo un’ora di marcia troviamo un accampamento di soldati che ci intimano di arrestare il cammino e ci chiedono i documenti: siamo vicini al confine con il Tagikistan e sembra siano in atto delle scaramucce tra villaggi di confine per l’equa distribuzione delle acque. Sono simpatici e molto incuriositi dal nostro aspetto occidentale. Ci offrono del melone bianco che qui in Asia abbonda ed è squisitamente dolce e alla fine ci permettono di proseguire a patto che non proviamo a scalare le montagne di confine.

Dopo un’altra mezz’ora di cammino su pascoli erbosi pianeggianti incontriamo il grande torrente che solca la vallata. A questo punto il mio cammino si divide: da un lato, costeggiando il fiume, mi si prospetta di provare a scalare con i clienti una montagna vergine che si erge nera ed imponente sopra al campo base; dall’altra, guadando il torrente, mi si prospetta la solitaria ricerca del campo nomade del pastore kirghiso dagli occhi azzurri. Ma non devo scegliere perché, come per magia, posso vivere entrambe le esperienze sdoppiando il mio Io Alpinista dal mio Io Esploratore.

 

ALPINISMO TRA LABIRINTI MORENICI E PROFUMI MEDITERRANEI

La piana del campo base si innalza gradualmente tra morbide colline che racchiudono il luogo magico da cui sgorga il torrentello sorgivo che ci dona l'acqua. Questa fuoriesce copiosa all’improvviso da dentro la terra. Poi, presso l’accampamento dei soldati, le colline diventano morene pietrose, ripide e sconnesse.

Le percorro con fatica e attenzione vista l’instabilità delle pietre. Cerco di mantenere il filo del dorso morenico e di collegare tra di loro una morena e l’altra. Mi seguono Jason e Stephen, fieri scozzesi con un atteggiamento meno colonialista degli inglesi del resto della spedizione. Non vedo l’ora di abbandonare questo labirinto per raggiungere i pendii che portano in cresta. Ma il lavoro non è per nulla facile e, proprio quando penso di esserci riuscito, mi accorgo che le morene si sdoppiano e bisogna percorrerne un’altra. Comincio a ragionare con attenzione per prepararmi una strategia di ritorno in modo da evitare questo strazio insidioso.

Finalmente finisce l’ultima morena e ci troviamo alla base dei pendii che collegano alla cresta della montagna prescelta. Jason sembra un pirata saraceno, tutto bendato nella sua Kefiah da cui spiccano due vivaci occhi neri; Stephen ha il visto tondeggiante e simpatico e continua a scherzare. Studio il loro stato fisico, le loro capacità motorie e sondo il loro atteggiamento emozionale dinnanzi all’alpe. È essenziale per la Guida Alpina entrare in empatia con i propri clienti di guisa da poter rendere l’ascensione il più possibile sicura ed efficace prevenendo gli eventi potenzialmente pericolosi.

Comunque, il mio studio ottiene ottimi riscontri e comincio ad emozionarmi. Sto camminando un terreno forse mai calpestato da essere umano. È entusiasmante. Sfrutto in mezzo a canaloni rocciosi una sorta di direttrice arbustiva che ricorda la macchia mediterranea e permette ai piedi di non continuare a cedere scivolando nella ghiaia. Comincia a sprigionarsi un intenso profumo di timo che in un breve frangente mi porta a Kalymnos, la prediletta isola greca della mia amata sposa che in questo momento porta in grembo un cucciolo. Mi sciolgo nel profumo e nell’amore, mi sento vicino a Lei anche se sono lontanissimo.

 

ESPLORAZIONI AL DI LÀ DEL TORRENTE

Da esploratore decido di andare alla ricerca del campo nomade del pastore Kirghiso. Ci sono vari modi di affrontare un guado: o saltellando tra un pietrone e l’altro con maestria equilibrista con l’obiettivo di mantenere asciutti i piedi oppure quello di scegliere un punto largo e placido del corso d’acqua, togliersi le scarpe e attraversarlo magari con l’ausilio di ciabatte e bastoncini per mantenere meglio l’equilibrio. Scelgo la prima opzione perché è ancora mattina presto, non ho voglia di bagnarmi i piedi e ho ancora quel maledetto “porridge” sullo stomaco. La scelta del guado secco comporta una lunga ricerca per capire dove attraversare ma anche per accertarmi di non rimanere intrappolato al ritorno con l’innalzamento del livello dell’acqua. Alla fine trovo il passaggio e con qualche balzo guadagno l’accesso alla grande vallata.

 

LA CRESTA E LA NAVIGAZIONE ALPINA

Il profumo di timo rigenera mente e corpo, raggiungo il crinale e si palesa la linea di salita della montagna: una cresta tortuosa e frastagliata, un torrione arrotondato di roccia compatta alto un centinaio di metri e una morbida cresta di ghiaie che sbatte contro la nera e minacciosa piramide sommitale.

Mi propongo di riuscire a navigare sulla prima cresta senza legarmi con i clienti, cercando di scovare la via più facile e sicura: devo guadagnare tempo perché poi ci saranno tratti di scalata insidiosa che richiederanno più impegno e dedizione. 
Riesco ad aggirare cuspidi rocciose, scavallo da un lato all’altro della cresta e scovo l’itinerario più facile che mi permette con celerità di raggiungere la base del grande torrione arrotondato.

Ci fermiamo, ci imbraghiamo e mangiamo del formaggio contemplando i colorati paesaggi kirghisi ove la geologia ha avuto modo di esprimere capolavori metamorfici. La mia mente sgombera i pensieri e raggiunge la concentrazione. La scalata è piacevole ma richiede sempre attenzione essendo la roccia vergine non ripulita dagli scalatori. Giungo ad uno strapiombo che mi sbarra la strada, il cuore aumenta il battito, il respiro si fa affannoso ma, grazie ad una successione di appigli e fessure, riesco a guadagnare un affilato spigolo esposto che mi conduce alla vetta del torrione.

I clienti mi raggiungono entusiasti e assieme ci caliamo sulla cresta di ghiaia guardando l’estetica linea di scalata appena disegnata. Di li scorgo con gioia la possibilità di scendere l’intera montagna da un canalone di ghiaia. Sorridiamo. È bello aprire nuove vie.

 

LA YURTA, IL LAGHETTO E LA FAMIGLIA NOMADE

Dopo aver guadato il torrente ancora limpido mi inoltro nella vallata piena di pascoli di capre, pecore, cavalli, mucche e yak. Il terreno è morbido e erboso e dietro una collina mi appare uno spettacolo che entusiasma il mio sguardo: un laghetto verde fa da cornice ad un accampamento nomade costituito da una yurta, la singolare capanna circolare dei pastori kirghisi, un recinto per le bestie, cataste di letame secco che funge da combustibile e un rudimentale stendino di legno per l’essiccamento di una specie di ricotta locale.
Da lontano saluto la famiglia che mi viene incontro sorridendo. Comincia un’esperienza di vita locale che mi riempie di pace e rallenta placidamente il tempo.

 

LA MARCIA TRIONFALE VERSO LA VETTA

Sulla cresta di ghiaia ci sleghiamo. Vedo avvicinarsi la vetta e cominciano a suonare le trombe trionfali: l’ascensione di una montagna vergine è una delle più belle esperienze che l’alpinista possa vivere. Non contengo la gioia, sento un magnetismo irrefrenabile che mi attira alla cima.

Penso alle mie montagne, alle mie esperienze alpinistiche dagli albori catalano-monserratini, alle mie spedizioni, al corso per diventare guida alpina, al sogno del Cerro Torre, e a me kirghiso, oggi. Mi scorre davanti la vita e sorrido felice ringraziando.

 

IL PANE XLEB, OT IL CAVALLO E IL REGALO PIU’ APPREZZATO

La famiglia nomade è composta dalla mamma Aiciuruc, matrona forte e instancabile, dal papà Norpidin, molto gentile e ospitale e dai due figli, il maggiore Mashran e il più piccolo Tson. Comunichiamo a gesti.
Come prima cosa mi fanno entrare e sdraiare sui tappeti colorati della Yurta. Quindi mi offrono un tè.

Poi Aiciuroc si inginocchia su un tappeto, riempie uno strano strumento con vari litri di latte e comincia a girare una manovella. Si tratta di uno scrematore metallico di fabbricazione sovietica. Dopo una ventina di minuti questo processo si conclude e se ne apre subito un altro: impastare la farina con il latte scremato e creare sei pagnotte, che dicono essere il fabbisogno di una settimana.

A questo punto esco dalla yurta e Norpidin mi fa cenno di salire su un cavallo. Ne sono lusingato perché per loro è un grande segno di ospitalità. Gli chiedo il nome del cavallo e mi dice “Ot”. Lo monto. È docile e mansueto, faccio un giro attorno alla yurta e Norpidin mi fa cenno di scendere. Lo monta lui e si inabissa fino alle ginocchia dentro al laghetto. Poi esce, mi sorride con una dentatura tutta dorata e mi fa cenno di salire di nuovo su Ot ed entrare anche io nel laghetto. Ot sente che sono titubante ed entra solo dopo uno schiaffo di Norpidin.

Sono dentro un lago Kirghiso che cavalco un cavallo con attorno gli immensi ghiacciai delle montagne del Pamir!

Aiciuroc, instancabile, raccoglie merda secca di yak e mucca e con essa prepara un fuoco in una stufa sita fuori dalla Yurta.
Norpidin porta “Ot” nel recinto dove pascola anche un altro cavallo di cui chiedo il nome e lui mi risponde “Ot”. I cavalli evidentemente sono chiamati cavalli, senza un nome proprio.
Mashran comincia a giocare con miei bastoncini da trekking e sembra divertirsi un mondo. Decido di regalargliene uno ed il ragazzo è visibilmente emozionato. Non voglio fare un torto al fratellino a cui regalo un paio di guanti e chiedo loro di condividere i doni. Mashran continua a ringraziarmi per il regalo con una gratitudine commovente. Poi i due fratelli montano su un asinello e se ne vanno via con Mashran che porta orgogliosamente con sé il bastoncino.

Aiciuroc predispone le pagnotte in una grande scodella e le mette sul fuoco. Dopo pochi minuti rovescia la scodella e le pagnotte rimangono attaccate faccia in giù a contatto con il magico fuoco di sterco. Altri pochi minuti e Aiciuroc mi offre il suo pane caldo e fragrante da “pocciare” nella panna ricavata dalla scrematura precedente. Una delizia da leccarsi i baffi.

 

LA SINFONIA DELLA RITIRATA SUL GHIAIONE

Camminiamo faticosamente su ghiaioni che fanno fare due passi avanti e uno indietro verso la piramide sommitale su cui cerco di scorgere una via di salita.

Proprio mentre le trombe esplodono trionfali ecco che Stephen mi avverte che le sue gambe sono diventate stanche: all’improvviso e senza preavviso come la spia gialla della riserva della mia motocicletta bicilindrica che non ha altri strumenti per indicare la fine del carburante!

Sorrido: mai pensare di aver scalato una montagna finché non si giunti sani e salvi a valle davanti ad una buona birra! Complice anche un bel fronte di nubi nere che cominciano a farsi strada da nord-ovest e che preannunciano un cambio di tempo, organizzo la strategia per la ritirata. Zampetto in giro per canaloni e pendii come uno stambecco e trovo la linea scorta precedentemente che per ghiaie ci permette di perdere settecento metri di quota in meno di venti minuti: una godereccia discesa per ghiaione vergine che permette balzi e salti gioiosi con atterraggi soffici sprofondanti in fini sassetti.  Un’esperienza che mi ricorda quando da fanciullo chiedevo ai miei genitori di farmi fare gite che includessero discese per ghiaioni. In Dolomiti ormai i ghiaioni sono consumati dalle reiterate discese. Non ricordavo quanto fosse godurioso un ghiaione vergine!

Dopo l’illusione delle trombe trionfali, l’esperienza prosegue quindi con la sinfonia della ritirata in ghiaione.

 

TENGRY E LA PIETRA ANCESTRALE

Io Alpinista e Io Esploratore si ricongiungono dopo la discesa del ghiaione ed il congedo dalla gentilissima famiglia della Yurta. Torno al campo base.

Voglio concludere questa giornata speciale in modo speciale. Nelle mie terre scaligere ho una pietra magica dove vado a contemplare i tramonti che scintillano sul lago di Garda. Anche in questa vallata sperduta ne ho notata una raggiungibile con una breve passeggiata dal campo base.

È una pietra bianca, facilmente scalabile, attorno a cui risultano evidenti i segni di un campo nomade abbandonato. C’è il cerchio dove giaceva la Yurta, ci sono le cataste di sterco, lo stendino della ricotta, un palco di stambecco e uno strano bastone piantato nel suolo con attaccati in cima una serie di peli di yak che formano una sorta di parrucca: è Tengry, il signore del cielo azzurro, il Dio dei pastori nomadi Kirghisi.