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Scrumble de Manzana - nuova linea di misto in Patagonia

27.02.2020   |  Patagonia  |  Racconti

Alessandro Baù e Giovanni Zaccaria il 31 gennaio 2020 hanno aperto una nuova linea di misto sul Cerro Piergiorgio, in Patagonia, l’hanno chiamata Scrumble de Manzana. Ecco cosa ci hanno raccontato!

 

Quando avete individuato la nuova linea? E come è nata poi l’idea di scalarla?

Ale: Quest’anno il meteo in Patagonia non è stato clemente. Non c’è mai stata una vera ventana (finestra di bel tempo, n.d.r) fino ad inizio febbraio e così abbiamo dovuto scegliere dei progetti minori di quelli che sognavamo. Abbiamo pensato al Piergiorgio perché la parete est è protetta dai venti e perché, sebbene snobbata da molti, è una montagna meravigliosa. Abbiamo condiviso le nostre idee con Rolando Garibotti (Guida Alpina argentina e profondo conoscitore della Patagonia, n.d.r.) e così abbiamo scoperto che a fianco alla linea che avevamo pensato di salire avrebbe potuto esserci la goulotte che poi abbiamo percorso. Quando siamo stati alla base della parete, la linea era evidente e abbiamo deciso di provare.

 

Riuscite a darci un’idea di dove si trovi il Cerro Piergiorgio e la linea?

Giò: Il Cerro Piergiorgio si trova esattamente a Nord del Cerro Torre e a Ovest del Fitz Roy. Scrumble de Manzana sale sul lato destro della parete est, il che significa che abbiamo avuto davanti a noi tutto il giorno la parete ovest del Fitz, e il gruppo dei “Torres” perfettamente allineati, dal più grande Cerro Torre in ultima fila, fino alla piccola sorellina Standhart in primo piano.

 

Come mai questo Cerro porta un nome italiano?

Ale: È stato l’esploratore Alberto De Agostini, nel 1935, a chiamare questa montagna così, in ricordo di Piergiorgio Frassati, un giovane virtuoso di Torino, che amava la montagna e praticava l’alpinismo per fortificare lo spirito e avvicinarsi a Dio. In Sud America De Agostini ha attribuito molti toponimi religiosi, senza in realtà curarsi troppo delle tradizioni e della cultura locali...

 

Puoi provare a descriverci questa linea? Come si compone? Quanto è lunga? Che caratteristiche presenta?

Giò: Passata la terminale, la via sale su una colata di ghiaccio sottile, in un diedro leggermente accennato. Abbiamo salito 4 tiri, per circa 200 metri, fino in cima a un pilastro nel mezzo della parete. Da lì ci siamo calati dall'altra parte e siamo arrivati in cima seguendo Esperando la cumbre, una via del 1996, di Maurizio Giordani e Luca Maspes. Le difficoltà sono abbastanza omogenee e secondo noi raggiungono il grado AI5 di ghiaccio e M5/M6 di misto, ma è evidente che su questo tipo di salite le difficoltà variano di molto a seconda delle condizioni.

Avvicinamento alla parete

 

Come e quanto ci si mette a raggiungere l’attacco?

Ale: Eh, l’avvicinamento è già un bel viaggio, niente a che vedere con la comodità delle nostre Dolomiti. Il primo giorno abbiamo camminato 2,5 ore. Dopo aver dormito qualche ora, alle 11.00 di notte siamo partiti e siamo arrivati all’attacco verso le 5.30 del mattino. Sì, hai capito bene, 6 ore e mezza!

 

Come avete organizzato la logistica? Materiali, tenda, tempistiche…

Giò: Abbiamo deciso di muoverci relativamente leggeri, portando con noi giusto un paio di serie di friend fino al n°1, un #2 e un #3, una serie di dadi e una di tricam, e 4 chiodi di emergenza. Avevamo con noi una leggerissima tenda di emergenza (un telo senza paleria), nella quale ci siamo riposati per mezzora prima di attaccare, per non raffreddarci. Siamo saliti abbastanza velocemente, e alle 4.00 del pomeriggio eravamo di ritorno alla base. Poi ci aspettava “solamente” la lunga camminata al contrario per uscire dalle montagne. Alle 10.00 di sera, con le ultime luci, siamo tornati alla nostra tenda, 23 ore abbondanti dopo essere partiti.

 

Cosa avevate da mangiare?

Ale: Alla tenda avevamo fornello e cibi disidratati, mentre per le 24 ore non stop tra avvicinamento, scalata e ritorno, avevamo le solite barrette, frutta secca e il dolcetto del buon umore che ci accompagna sempre: un Alfaores al cioccolato (dolcetto tipico argentino, n.d.r)!

 

Che sensazioni avete provato giusto prima di attaccarla?

Giò: La via era logica, provocante. Non sembrava troppo lunga o complicata, quindi la sensazione era che ci stesse chiamando. La vera domanda che ci rimbalzava in mente però era se saremmo riusciti a trovare delle fessure, a proteggerci e costruire delle soste. In caso contrario, sarebbe diventata una trappola!

 

Che tempo meteorologico avete incontrato durante l’ascesa?

Ale: Al mattino era splendido, poi le nuvole hanno iniziato subito a montare da dietro la catena del Cerro Torre. Fortunatamente mai con troppa insistenza. Il vento soffiava forte ma noi, a est, eravamo riparati. L’abbiamo preso tutto solo verso gli ultimi tiri quando ci avvicinavamo alla cima.

 

Che sensazioni hai provato durante la scalata?

Giò: La nostra concentrazione era volta a muoverci velocemente, senza però mai compromettere la sicurezza. A volte abbiamo passato parecchio tempo per pulire delle fessure dal ghiaccio e scoprire che erano cieche. Io mi sentivo in ballo, e stavo ballando!

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Quanto ci avete messo?

Ale: Ho guardato l’orologio solo quando siamo tornati all’attacco ma penso circa 8 ore a salire e 2 a scendere, più ovviamente avvicinamento e rientro.

 

Che sensazioni avete provato quando siete stati in cima?

Ale: abbiamo avuto qualche esitazione una volta fatto il penultimo tiro. Ripartire dalla sosta sembrava un po’ pericoloso visto che non si poteva proteggere e il ghiaccio era sottile. Dopo una decina di metri però le condizioni miglioravano e l’ultima parte è stata piuttosto facile, magica. Dopo il Cerro Torre, è la seconda volta che salgo un fungo sommitale e, anche se in questa occasione è stato decisamente più facile, queste conformazioni di ghiaccio ti fanno entrare in un’altra dimensione, irreale, solitaria, ovattata. Solo la forza del vento ti sbatte addosso riportandoti alla realtà.

Quanto è durato il ritorno al “campo base”?

Giò: Siamo tornati alla tenda alle 10 di sera, dopo circa 5 ore e mezza, compresa un’estenuante risalita al passo del Quadrado! Ogni passo ci portava un po' più vicino al sacco a pelo, alla zuppa calda e al riposo. In quelle situazioni, se non ci sono pericoli oggettivi e devi solamente andare avanti, spegni il cervello. Prima però abbiamo dovuto attraversare giusto un paio di ghiacciai!

 

Cosa avete lasciato in via come segno del vostro passaggio?

Ale: In realtà gran poco: solo un dado e qualche fettuccia per attrezzare la discesa. Una volta finita la goulotte, sono arrivato su una cresta, dove le rocce erano tutte lisce, tonde e coperte di neve, nessuna fessura o spuntone dove fare una sosta. E così ho iniziato a scavare, penso di esser andato avanti per almeno 15-20 minuti e, quando ormai avevo perso ogni speranza, ho trovato una piccola fessura. Ho incastrato un nut e, dopo aver recuperato Giò, ci siamo calati da lì per ricollegarci a Esperando la cumbre e continuare verso la cima.

 

Come e quando è nato il nome “Scrumbe de Manzana”?

Giò: Il giorno seguente, siamo scesi verso il ponte sul Rio Eléctrico per fare autostop fino a El Chalten. Come al solito siamo passati al Refugio Piedra del Fraile. Qualche anno fa questo posto era una proprietà privata che imponeva il pagamento di un pedaggio a ogni passante. Ora è stato preso in gestione da un gruppo di ragazzi giovani ed entusiasti, che lo hanno trasformato in un vero e proprio rifugio! Nei nostri precedenti viaggi in Patagonia, eravamo sempre riusciti a evitare il pagamento del pedaggio, passando di nascosto per il bosco poco lontano dalla casa. Ora invece siamo stati ben contenti di scambiare due chiacchiere con i rifugisti e assaggiare i loro dolci fatti in casa! In particolare, il Crumble di mela (manzana in spagnolo) ci ha stregato, ed è stato un pensiero ricorrente nelle lunghe ore di cammino. Scrumbling è in inglese un verbo a metà strada tra il camminare e lo scalare, noi diciamo “ragliare”, e significa salire in qualche modo, tipicamente poco elegante e faticoso, magari sprofondando nella neve o agitando le piccozze. Lo “scrumble de manzana” richiama le nostre ragliate patagoniche, ma anche la calda ospitalità del Refugio Piedra del Fraile, dove un atteggiamento umano di apertura, inclusivo e gentile, ha trasformato un luogo da evitare in un piccolo angolo di paradiso. Magia!

Giovanni Zaccaria (sx) e Alessandro Baù (dx)