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Space Vertigo - la salita raccontata da dentro

05.02.2021   |  Dolomiti  |  Interviste  |  Pensieri  |  Racconti  |  Reportage

Di Space Vertigo abbiamo sentito parlare davvero molto ultimamente, e per chi ancora non lo sapesse è la nuova via aperta da Nicola Tondini, Alessandro Baù e Claudio Migliorini alla Cima Ovest di Lavaredo.

I dati tecnici della via: 710m (21 L), IX+/X- (8a) VIII+ (7a+/7b), R3, VII EX+ (tecnica, chiodatura, ambiente, complessiva), esposizione Nord.

Della via sappiamo tanto… ma dei dettagli dell’avventura ancora poco, in quest’intervista Alessandro Baù ci parlerà più da vicino di quello che ha vissuto nei quattro emozionanti giorni della libera.

 

LA LIBERA

Ci puoi spiegare meglio il concetto di prima libera? Cosa significa?

Realizzare la libera nella sua espressione più pura, significa che ogni componente della cordata avrebbe dovuto liberare tutti i tiri. Per un discorso di tempistiche abbiamo fatto una scelta differente, optando per una libera di team. Questo significa che tutti i tiri sono stati saliti in stile red point da almeno uno di noi. Se si sbagliava, provava un altro e ci si dava il cambio finchè il tiro non veniva liberato, ogni volta sfilando la corda e ripartendo dalla sosta con le protezioni passate. Per riuscire a recuperare tutto il materiale in parete uno di noi scalava il tiro da secondo ripulendolo. Se avessimo cercato di liberare tutti i tiri, tutti e 3 avremmo dovuto stare in parete 10-12 giorni o forse più. Purtroppo non li avevamo disponibili.

Nicola impegnato sul 6° tiro (foto G. Danieli)

 

PREPARAZIONE E ALLENAMENTO

Come ti sei allenato in vista di questa libera? Con chi e quanti mesi fa hai cominciato l’allenamento specifico?

Quest’anno ho seguito un nuovo metodo di allenamento, con Latticetraining di Sheffild (UK). Ho un coach che mi segue settimanalmente adattando l’allenamento alle mie esigenze, alle sensazioni e ai feedback che gli davo. Psicologicamente è stato impegnativo avere la costanza di scalare e allenarsi sempre con l’orologio in mano e le tabelle da consultare ma avere un obiettivo in testa ti fa fare questo ed altro. Con l’allenamento specifico ho iniziato tornato dalla Patagonia a Febbraio 2020.

Ale durante la preparazione (foto C. Mario) 

 

ALIMENTAZIONE

In questi quattro giorni come avete gestito il cibo? Cosa mangiavate a colazione, pranzo e cena?

Intanto per quattro giorni avevamo quattro bocche da sfamare; in portaledge infatti, oltre a me, Nicola e Claudio c’era anche il fotografo (due giorni Giovanni Danieli e due giorni Matteo Pavana). La base della cena erano buste da reidratare con acqua bollente. Poi avevamo pane, formaggio, salame, grana, frutta secca, cioccolata e il dolcetto del buon umore. Ah, dimenticavo… anche due birre! Al mattino invece caffè, tè, pane, nutella, biscotti. Durante la giornata andavamo di barrette energetiche e frutta secca.

Come avete organizzato questa parte di logistica?

Abbiamo potuto abbondare con il cibo perché l’avevo già portato alla sosta dell’8° tiro prima di iniziare il tentativo di libera. Qualche giorno prima di scalare, mia moglie Claudia aveva fatto da sherpa aiutandomi a portare su 50 litri di acqua, tutto il cibo, i portaledge, fornello e sacchi a pelo… la lista è lunga! Per recuperare i due sacconi ho usato una statica collegata dalla base che andava direttamente alla sosta dell’ottavo tiro. Per far salire i sacchi pesanti, l’unico modo è attaccare la corda in sosta con una carrucola e controbilanciare il peso dei sacconi. Ci si butta giù per la parete (assicurati) e i sacconi salgono, e così finchè non raggiungono la sosta. Un lavoraccio!

Avevate con voi qualcosa “a cui non potrei rinunciare nemmeno se sto 3 giorni appeso nel vuoto”?

Per me il caffè, Nicola mi aveva espressamente chiesto il Parmigiano, Claudio è di bocca buona e mangia tutto… non per niente in passato lo chiamavamo Voragine!

Quando siete scesi avrete avuto una fame tremenda… cosa sognavi di mangiare in particolare?

In realtà no. Con la scusa che il primo giorno non siamo saliti ai portaledge ma siamo scesi a terra, per i giorni successivi avevamo molta più acqua e cibo del necessario. Abbiamo mangiato e bevuto seguendo le richieste dei nostri corpi.

Prendersi cura dei compagni di cordata, non solo in parete ma anche la sera prima della partenza (foto: G. Danieli)

 

IN SOSTA

Stare appesi in sosta è scomodo anche quando ci si sta solo 30 min… figuriamoci nel vuoto per 3 giorni interi! Come avete gestito questo aspetto durante queste 3 giornate?

Fortunatamente, appena abbiamo iniziato ad aprire la via, ho costruito una pedana in legno di 60cm x 50cm circa che appendevamo a ogni sosta. Così facendo anche se in parete le cenge sono veramente poche, potevamo stare in piedi. Inoltre gli schienali dei sacconi Cassin diventano dei comodi seggiolini che ti permettono di togliere il peso dall’imbrago e far respirare i fianchi.

Quanti portaledge avevate con voi?

Due, eravamo in quattro, non potevamo fare diversamente.

Dove li avete ancorati? Alle soste stesse della via?

Il giorno che con Claudia ho portato l’acqua e il cibo in parete, mi ero portato anche il trapano. Alla sosta numero 8 dove abbiamo preparato il campo, avevo aggiunto altri 3 spit collegandoli come una ferratina per muoversi comodamente.

Quanto ci si mette in media ad aprire e montare un portaledge? Siete ormai rodati in questo tipo di operazioni o vi hanno dato del filo da torcere?

Bisogna sapere come fare e soprattutto provarlo prima di andare in parete, una volta che si sa la sequenza non è difficile. È stato un po’ più impegnativo del solito perché li abbiamo montati da soli, uno io e uno Nicola, mentre gli altri scalavano. Farlo in due è molto più facile perché ci si aiuta. Da soli è un po’ più rocambolesco…

Come avete gestito logisticamente i bisogni fisiologici? Ci è giunta voce che sei stato tu ad ideare una specie di toilette portatile…

In realtà non ho ideato niente, in Yosemite è obbligatorio fare così, perchè ci sono talmente tanti arrampicatori che il Capitan diventerebbe uno schifo. Ci si porta in parete un sacco stagno, su cui si applica un sacchetto con sostanze disgreganti. Non entro troppo nei particolari ma si fa tutto lì dentro e ci si porta appresso (a debita distanza) il “tubo caga merda”. Sarebbe un peccato rovinare dei posti tanto belli. Odio quando si va nei boschi in montagna e si vede carta ovunque. La gente dovrebbe imparare che i bisogni spariscono velocemente, la carta no. BISOGNA PORTARLA CON SÈ!!!!

Sotto i piedi di Nicola, Ale e Claudio si vede la pedana in legno (foto: G. Danieli)

 

POSSIBILI PROBLEMATICHE

Vi è capitato qualche imprevisto?

L’imprevisto più grosso è stata l’umidità della parte bassa della via il primo giorno, ci ha messo seriamente in difficoltà e solo grazie alla reazione di tutti siamo riusciti a superare le difficoltà iniziali. La sera del primo giorno eravamo psicologicamente distrutti, all’imbrunire del giorno dopo euforici e carichi come le molle!

Qualcosa che non ti aspettavi e ti è accaduto.

Quando sono partito per provare la libera del secondo tiro avevo il cuore che mi batteva a mille. Anche se negli anni ho imparato a controllarla bene, sentivo la pressione. Quel giorno ho capito che dovevo aspettare, far rientrare i battiti, respirare a fondo e poi partire: così ho fatto ed è stato bello controllare le emozioni.

Che aspetti logistici avete affrontato?

Una volta portato il materiale in parete, l’aspetto più importante era la gestione dei fotografi e del drone che riprendeva. Per Giovanni e Matteo abbiamo aggiunto una statica nuova a ogni tiro, in modo che fossero assicurati su due corde. Vi assicuro che stare appesi in quel vuoto per delle ore su corde di due/tre anni non sarebbe stato piacevole. Quando eravamo pronti per un tentativo chiamavamo via radio Gabriele, che dalla base della parete saliva con il drone a riprendere il tentativo. Organizzato tutto un po’ all’ultimo ma direi che è venuto piuttosto bene!

 

AFFETTI

Cosa hai raccontato a tua figlia? Sia prima di partire che dopo.

Un giorno di quest’estate mentre sono andato a provare i tiri della via, Viola era ai laghetti sotto la parete con i nonni. Le abbiamo dato una radiolina e ci parlava, e noi le rispondevamo dalla parete. (in 3 cime il telefono in fatti non prende!). E quando sono partito per trovarmi con Claudio e Nicola ha detto: “Vai a scalare la parete alta alta?”.  Al ritorno le ho raccontato dei portaledge e le ho promesso di andare a provarlo!!!

Come riesci a spiegare a una bambina ancora piccola dove vai in occasioni come questa? Che parole usi?

Vivendo con noi sa benissimo cosa voglia dire arrampicare ;) viene sempre in falesia a scalare, fare pendoli e giocare all’aperto. Per scalare qualche montagna alta come mamma e papà l’ho portata a fare qualche pezzo di ferrata. Prima ai parchi avventura, poi le ferrate. E tra moschettoni, scale, imbraghi, ecco si diverte da matti!

Ci sono delle persone che vorresti ringraziare in maniera particolare perché in qualche modo anche loro hanno contribuito alla riuscita di questa salita?

Claudio e Nicola, è stata proprio una grande avventura! Poi mia moglie Claudia per il supporto costante, per avermi accompagnato in parete a provare i tiri e aver fatto da sherpa quando abbiamo portato il materiale in parete… e infine mio fratello Matteo.

Ale con sua figlia (foto: C. Mario)

 

EMOZIONI

Un’emozioni che ricordi in maniera particolare.

Sicuramente il giorno in cui abbiamo completato l’apertura della via sulla sezione gialla. Su quel tiro ho combattuto per molte ore e superare lo strapiombo finale e mettere finalmente le mani sulla roccia grigia è stato incredibile, un sogno.

Pima di questi giorni ti sei mai sentito intimorito da questa salita? Se sì, come hai reagito.

Certo, per trovare la confidenza giusta con la parete e essere liberi di testa per scalare bene, bisogna volare. A inizio stagione però le sensazioni non sono belle e quindi bisogna riprendere confidenza con il volo, anche cadendo appositamente delle volte. Solo così impari a fidarti dei friends e dei chiodi. A quel punto cambi marcia e diventa tutto più facile.

Durante questi giorni ti sei mai sentito sfiduciato o mentalmente stanco? Anche qui, se sì, come hai reagito?

Come ho già detto, la sera del primo giorno credevamo tutti di aver compromesso la libera. E non avremmo mai trovato un’altra finestra di bello per riprovare quest’anno, la stagione era troppo avanzata. Non so bene dire cosa sia cambiato, è stato il team che, in tante piccole cose, ha funzionato!

Il team al completo in cima (foto M. Pavana)

 

FUTURO

In futuro ti vedi ancora impegnato in progetti simili? Oppure ti interesserebbe esplorare a questi livelli anche altri aspetti dell’alpinismo?

Trovare delle linee così nel 2020 non è facile. È stata la prima volta che mi confrontavo con un progetto così difficile, e a livello di determinazione e allenamento ho imparato tanto. Sarebbe bello portare una complessità simile su una parete remota, vedremo… di idee in testa ce ne sono tante!